Renato Barilli: differenze tra le versioni

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*Certo è che pure in [[Giacomo Balla|Balla]] e in [[Fortunato Depero|Depero]] le sagome si fanno esatte, plastiche, volumetriche, conciliate col piacere della decorazione. De resto Depero non è alieno dallo sfruttare anche lui il tema della maschera, seppure sotto la forma, più consona al credo [[Futurismo|futurista]], del robot: e dunque si tratta di una maschera, di un burattino confacente al clima dell'industrialismo; così come il sostanziale realismo magico-incantato di Dottori cerca la legittimazione nell'Aeropittura. Ma sono alibi, giusto per non tradire la fede nel progresso, quando in realtà essa vacilla ed è scossa dal dubbio.<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', p. 60.</ref>
*Come è anche il caso di un protagonista assoluto dell'affiche. [[Leonetto Cappiello]], nato nel '75, e quindi già quasi inserito nella generazione che porrà fine a quella delicata e fragile età «primaverile», riproponendo invece un'alleanza più ferma e robusta col mondo del progresso tecnologico.<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'' p. 55.</ref>
*{{NDR|Su [[Adolf Hohenstein]]}} Ecco insomma che sul finire del secolo il nostro cartellonista sa già amministrare con consumata abilità e leggerezza quelle mosse sinuose, quelle falcate rapide che costituiscono il nocciolo del [[Liberty]].<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', p. 55.</ref>
*[[Adolf Hohenstein|Hohenstein]] è nato nel 1854, e dunque perfino qualche anno prima rispetto a un medio 1860 in cui vedono la luce i protagonisti della stagione [[Simbolismo (movimento)|simbolista]]. Nturalmente, bisogna concedere a lui e allo stile che rappresenta, il tempo d maturare, e mettere in conto anche un certo ritardo della nostra cutura su quella francese (ma neanche tanto).<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', p. 55.</ref>
*L'Italia non fa eccezione, in proposito, e così i cartellonisti di quella stagione non appaiono inferiori ai loro colleghi delle arti nobili. Apre la sfilata, a dire il vero, un russo tedesco, [[Adolf Hohenstein]], ma di carriera italiana, svolta per gran parte a Milano, attorno alla casa Ricordi, che del cartellonismo grafico-pubblicitario in quegli anni è il massimo tempio, assieme alla ditta Mele di Napoli: Nord e Sud uniti, e una volta tanto su un piede di parità, nella prontezza di intervento.<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', p. 55.</ref>
*Se poi lasciamo questo versante "astratto", decisamente coraggioso quando sia sviluppato nell'ambito del [[Manifesto (stampato)|manifesto]], per rientrare in un più accattivante linguaggio figurativo, constatiamo che anche qui i migliori cartellonisti del decennio non rinunciano allo spirito di una sintesi forzata: è l'occasione di elevare un peana al lavoratore, visto appunto come una "macchina" protesa nello sforzo, anche quando si concede al tempo libero dello sport o del turismo, di cui il regime è tenuto a farsi carico, come vuole il modello delle grandi dittature nazional-socialiste di quegli anni. Si veda in tal senso una splendida serie di contributi realizzati da [[Franz Lenhart|F. Lenhart]], che ci dà anche una specie di vocabolario dei piaceri "generosamente" orchestrati allora dal regime dominante: la partita a tennis, la gita sociale, in treno o in autobus, e infine il piacere allo stato puro, alquanto vizioso e dissipatorio, cioè l'elogio delle cartine per sigarette Modiano, affidato alla seduzione di una figura femminile redatta secondo canoni di moda anch'essi condotti con estrema essenzialità.<ref>Da ''L'arte e il manifesto: una storia comune''; citato in ''L'Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce'', p. 62.</ref>
 
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