Differenze tra le versioni di "Vincent van Gogh"

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==Citazioni di Vincent Van Gogh==
*C'è fannullone e fannullone. C'è chi è fannullone per pigrizia o per mollezza di carattere, per la bassezza della sua natura, e tu puoi prendermi per uno di quelli. Poi c'è l'altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di azione, che non fa nulla perché è nell'impossibilità di fare qualcosa, perché gli manca ciò che gli è necessario per produrre, perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle circostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d'istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d'essere! So che potrei essere un uomo completamente diverso! A cosa potrei essere utile, a cosa potrei servire? C'è qualcosa in me, che è dunque? Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi puoi considerarmi tale. Un uccello chiuso in [[gabbia]] in primavera sa perfettamente che c'è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c'è qualcosa da fare, ma che non può fare: che cosa è? Non se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: "gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata", e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa e lui è pazzo di dolore. "Ecco un fannullone" dice un altro uccello che passa di là, "quello è come uno che vive di rendita". Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione. Accessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare – ma lui sta a guardare fuori il cielo turgido carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità. "Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!". Quel tipo di fannullone è come quell'uccello fannullone. E gli uomini si trovano spesso nell'impossibilità di fare qualcosa, prigionieri di non so quale gabbia orribile, orribile, spaventosamente orribile... Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede "Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l'eternità?". Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la [[simpatia]], lì rinasce anche la vita.<ref>Da ''Lettere a Theo'', Guanda, Parma 1984, pp. 87-88.</ref>
*Ho dunque schizzato i dieci "Travaux des champs" di [[Jean-François Millet|Millet]] e ne ho eseguito uno a fondo. Inoltre ho disegnato dall'incisione l'"Angelus" che mi hai mandato.<ref>Da una lettera al fratello Theo, 7 settembre 1880; citato in Fischer 1975.</ref>
*Invece di cercare di rendere ciò che ho davanti agli occhi, mi servo del colore in modo totalmente arbitrario per esprimermi con maggiore intensità.<ref>Citato in AA.VV., ''Il libro dell'arte'', traduzione di Martina Dominici, Gribaudo, 2018, p. 273. ISBN 9788858018330</ref>
*Più divento dissipato, malato, vaso rotto, più io divento [[artista]], creatore... con quanta minor fatica si sarebbe potuto vivere la vita, invece di fare dell'arte.<ref>Da una lettera al fratello Theo, 29 luglio 1888; citato in Serena Zoli, Giovanni B. Cassano, ''E liberaci dal male oscuro'', TEA, Milano, 2009, p. 478. ISBN 978-88-502-0209-6</ref>
*Se torni nello studio ti accorgerai subito, credo, che ho sempre avuto in mente il piano riguardante le figure di lavoratori in litografia, anche se non ne parlo tanto. Ho un seminatore, un mietitore, una lavandaia, una operaia di miniera, una sarta, uno che scava, una donna con la pala, l'orfana, un ragazzo con una carriola di letame e altro ancora.<ref name="Fischer">Da una lettera al fratello Theo; citato in Fischer 1975.</ref>
*Siamo tanto attaccati a questa vecchia vita perché accanto ai momenti di tristezza, abbiamo anche momenti di gioia in cui anima e cuore esultano – come l'[[allodola]] che non può fare a meno di cantare al mattino, anche se l'anima talvolta trema in noi, piena di timori.<ref>Da una lettera al fratello Theo, 30 maggio 1877.</ref>
*Una cosa resta – la fede – si sente istintivamente, ché moltissimo si cambia e che tutto si cambierà: siamo nell'ultimo quarto di un secolo che nuovamente finirà con una grandiosa rivoluzione. Ma anche supponendo che alla fine della nostra vita noi ne vedremo l'inizio, sicuramente non vedremo i tempi migliori dell'aria pura e del rinnovamento di tutta la società dopo questa grande tempesta.<ref name="Fischer" />
*Non aspiro a diventare qualcuno di «straordinario»; mi basta essere «ordinario» nel senso che il mio lavoro sia ragionevolmente buono, che abbia il diritto di esistere e che possa servire ad uno scopo. <ref> Da ''Lettere a Theo'' (Etten, 9 luglio 1881) - Guanda, 2016. ISBN 9788823516908 </ref>
 
==''Lettere a Theo''==
*Siamo tanto attaccati a questa vecchia vita perché, accanto ai momenti di tristezza, abbiamo anche momenti di gioia in cui anima e cuore esultano – come l'[[allodola]] che non può fare a meno di cantare al mattino, anche se l'anima talvolta trema in noi, piena di timori.<ref>Da una lettera al fratello Theo(Amsterdam, 30 maggio 1877.</ref>)
*Bisogna aver sempre presente la [[meta]] da raggiungere e che la vittoria ottenuta dopo un'intera vita di laboriosa fatica vale più di un facile successo. Chiunque viva sinceramente e affronti senza piegarsi dolori e delusioni è assai più degno di chi ha sempre avuto il vento favorevole, non conoscendo altro che una relativa prosperità. (Amsterdam, 3 aprile 1878)
*C'è fannullone e fannullone.<br />C'è chi è fannullone per pigrizia oe per mollezza di carattere, per la bassezza della sua natura, e tu puoi anche prendermi per uno di quelli. Poi c'è l'altro tipo di fannullone, il fannullone per forza, che è roso intimamente da un grande desiderio di d'azione, che non fa nulla perché è nell'impossibilità di fare qualcosa, perché gli manca ciò che gli è necessario per produrre, perché è come in una prigione, chiuso in qualche cosa, perché la fatalità delle circostanze lo ha ridotto a tal punto; non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d'istinto: eppure sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d'essere! Soso che potrei essere un uomo completamente diverso! A cosa potrei essere utile, a cosa potrei servire? C'è qualcosa in me, che è dunque? Questo è un tipo tutto diverso di fannullone, se vuoi puoi considerarmi tale.<br />Un uccello chiuso in [[gabbia]] in primavera sa perfettamente che c'è qualcosa per cui egli è adatto, sa benissimo che c'è qualcosa da fare, ma che non può fare:; che cosa è? Nonnon se lo ricorda bene, ha delle idee vaghe e dice a se stesso: "gli«Gli altri fanno il nido e i loro piccoli e allevano la covata"», e batte la testa contro le sbarre della gabbia. E la gabbia rimane chiusa, e lui è pazzo di dolore.<br "/>«Ecco un fannullone"» dice un altro uccello che passa di là, "«quello è come uno che vive di rendita".» Intanto il prigioniero continua a vivere e non muore, nulla traspare di quello che prova, sta bene e il raggio di sole riesce a rallegrarlo. Ma arriva il tempo della migrazione. Accessi di malinconia – ma i ragazzi che lo curano nella sua gabbia si dicono che ha tutto ciò che può desiderare – maperò lui sta a guardare fuori il cielo turgido, carico di tempesta, e sente in sé la rivolta contro la propria fatalità. "«Io sono in gabbia, sono in prigione, e non mi manca dunque niente, imbecilli? Ho tutto ciò che mi serve! Ah, di grazia, la libertà, essere un uccello come tutti gli altri!".»<br />Quel tipo di fannullone è come quell'uccello fannullone.<br />E gli uomini si trovano spesso nell'impossibilità di fare qualcosa, prigionieri di non so quale gabbia orribile, orribile, spaventosamente orribile. [...] Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti, eppure si sentono non so quali sbarre, quali muri. Tutto ciò è fantasia, immaginazione? Non credo, e poi uno si chiede: "«Mio Dio, durerà molto, durerà sempre, durerà per l'eternità?"».<br />Sai tu ciò che fa sparire questa prigione? È un affetto profondo, serio. Essere amici, essere fratelli, amare spalanca la prigione per potere sovrano, per grazia potente. Ma chi non riesce ad avere questo rimane chiuso nella morte. Ma dove rinasce la [[simpatia]], lì rinasce anche la vita.<ref>Da ''Lettere a Theo''(Cuesmes, Guanda,luglio Parma 1984, pp. 87-88.</ref>1880)
*Non aspiro a diventare qualcuno di «straordinario»; mi basta essere «ordinario» nel senso che il mio lavoro sia ragionevolmente buono, che abbia il diritto di esistere e che possa servire ada uno scopo. <ref> Da ''Lettere a Theo'' (Etten, 9 luglio 1881) - Guanda, 2016. ISBN 9788823516908 </ref>
*Sai, disegnare a parole è anch’essa un'arte, che a volte tradisce una forza nascosta e dormiente, come piccoli fili di fumo grigio o blu svelano l'esistenza di un fuoco nel focolare. (L'Aia, 6 luglio 1882)
*Vedi, l'uomo non ha amico più fedele del suo ''dovere'' e benché a volte possa essere un rude e severo docente, finché si lavora a servizio ''del dovere'' non si diventa facilmente dei falliti. (L'Aia, giugno 1883)
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