Differenze tra le versioni di "Salvatore Silvano Nigro"

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*{{NDR|Su [[Lillo Gullo]]}} Abbreviature di realtà, certo. Di paesaggi e di storie. Nella sistole delle rime. E nell'abbrivo delle vicende. Una rimalmezzo, che alle "formiche" associa le "molliche", basta a evocare, e a far crescere attorno, la fiaba vegetale e profumata del giardino della memoria. Nel quale il paesaggio è una cantilena: ''Alba non è ancora, / buio fondo non è più: / è l'ora blu…'' Le voci e i suoni, certo. Ma perduti ed evocati. Amorevolmente e disperatamente evocati. [...] Sotto la calura, incalzata dall'arsura, l'isola-giardino di Lillo Gullo è il recinto magico di incantevoli metamorfosi. [[Alberto Savinio|Saviniane]]. Se chi zappa “tre tumuli di sodaglie” è Nicàsio Dolcemascolo. Se l'assenza è un sogno goloso, un sollievo di parole. La memoria è pittorica. Più vicina a [[Rembrandt]] che a [[Renato Guttuso|Guttuso]]. E parla un lessico, che ha l'aroma arcano di un dialetto [[Omero|omerico]], e non disdegna la rimemorazione più recente. Da [[Salvatore Quasimodo|Quasimodo]] a [[Vitaliano Brancati|Brancati]]. Lillo Gullo è un miniaturista affabile. E la sua, è un'isola portatile. Quella che ogni isolano si porta nella memoria. E fa rivivere per magia e cerimonia di linguaggio. Come giardino dell'infanzia. Animato. Stupendamente animato.<ref>Da ''L’isola-giardino di Lillo Gullo'', prefazione a Lillo Gullo, ''Cerimonie della calura'', pp. 5-6, Nicolodi, Rovereto (TN), 2007, pp. 5-6. ISBN 978-88-8447-300-4</ref>
*{{NDR|Su [[Carlo Muscetta]]}} Anche le verità lapalissiane hanno gradi di approssimazione. Dipendono da un suggerimento di pronuncia, da un'appoggiatura di voce. Nel maggio del 1945, [[Cesare Pavese]] scriveva: "va da sé che Muscetta è Muscetta". E intendeva una preminenza d'affetto, più volte riconfermata. Fino al desiderio ultimo, quando il suicidio era già all'orizzonte, nell'estate del 1950, di "rivedere il... dolce viso vellutato" dell'amico, mentre gli chiedeva da lontano: "Ti piace la vita?". C'è un assieparsi di memorie, nella lettera; e una strizzatina di bella malinconia, nel sottaciuto rimando a una cerchia complice di amici presso i quali Muscetta era, pur con tutte le sue "mene lupesche" e le vantate "capacità di litigio", il Moneta di "dolce grassezza" e di "vellutata" pelle dell'Orologio di [[Carlo Levi]]...<ref>Da ''Carlone e le sue maschere'', prefazione a Carlo Muscetta, ''L'erranza'', Sellerio, Palermo, 2009, p. 11</ref>
*{{NDR|Su [[Leone Leoni]]}} Era un personaggio da romanzo. Dovette accontentarsi di entrare in una raccolta di novelle del suo compare Clelio Malespini, falsario e spia di professione. Indossò nome e cognome come una divisa. Ne fece anche un cartello di sfida. Lo espose in alto, sotto la grondaia di casa sua. Era un bassorilievo. Vi comparivano due leoni (Leene Leoni, come in una declinazione). Sbranavano un essere semiferino che, nel suo soccombere, era compendio da bestiario di avversari e nemici.<ref>Da ''La funesta docilità'', Sellerio, Palermo, 2018, p. 115. ISBN 88-389-3856-3</ref>
*{{NDR|Su [[Matteo Bandello]]}} Il "caldo d'amore" sapeva rendere astutissimi pure i "semplici". Così la pensava il domenicano Matteo Bandello. E raccontava la novella del "grosso e materiale" don Faustino invaghitosi di una giovane montanara di nome Orsolina. Il prete, pur di ''imparentare'' la ragazza con messer Domeneddio, ordì e lanciò dal pulpito la "favola" dello "spaventoso e terribilissimo augel griffone, il quale con un becco tanto duro e forte che smaglierebbe dieci corazze d'acciaio, a tutti quelli che immersi nel peccato sono... beccherà sì fieramente gli occhi che tutti senza speme di mai più poter guarire resteranno cechi" (vol. I, p. 676). Ma il buon sacerdote, pietoso dei propri parrocchiani, farà suonare la campana grossa tutte le volte che il rapace manigoldo di Dio si avvicinerà al villaggio: i montanari avranno così il tempo di coprirsi gli occhi con le mani; e il griffone, che "becca solamente gli occhi e non altrove", non avendo ove beccare "deposta la sua fierezza se n'anderà e più per quel giorno non tornerà" (p. 677). Resterà ''griffata'', peraltro con soddisfazione, l'ingenua Orsolina. Messa sull'avviso dalla campana, la ragazza ficcherà la testa dentro il pagliaio. Don Faustino le si accosterà da dietro e le farà provare nel "debito solco" la potenza del "griffone drizzato" ovvero del "piviolo col quale si sogliono piantar gli uomini": "in guisa che don Gianni di Bortolo a la commar Zita attaccò la coda", nel [[Decamerone|''Decameron'']] (IX, 10).<ref> Da''Le brache di San Griffone. Novellistica e predicazione tra '400 e '500'', Prefazione di [[Edoardo Sanguineti]], Gius. Laterza & Figli, Roma-Bari, 1983, pp. 128-129.</ref>
*Il "dramma della vita" inscenato nel ''[[Masuccio Salernitano|Novellino]]'', in modo clamante e cruccioso, fremente e agitato, è di funambolica precarietà. In esso nessuna cosa è del tutto se stessa. A parte le agnizioni da commedia, con uomini in abiti femminili e donne in calzoni, è come se il tutto partecipasse di una inaudita diversità.<ref>Da ''Introduzione'' a Masuccio Salernitano, ''Il Novellino'', nell'edizione di Luigi Settembrini, a cura di Salvatore S. Nigro, BUR, Milano, 1990, p. 17. ISBN 88-17-16771-1</ref>
*{{NDR|Su [[Masuccio Salernitano]]}} Il narratore rinuncia al giardino e preferisce rifugiarsi nell'Arcadia morale di un volontario esilio da pastore "silvano". Il [[Masuccio Salernitano|''Novellino'']] si apre con una novella dedicata al re [[Ferdinando I di Napoli|Ferrante d'Aragona]]. Si chiude con una novella intestata al ribelle Del Giudice, datosi a "voluntario" esilio. Il libro “aragonese” si rivela magagnato, rispetto alle apparenze celebrative. Polemico e riluttante, nella rovinosa conclusione. E ancora manoscritto, subito dopo la morte di [[Masuccio Salernitano|Masuccio]], avvenuta verso la fine del 1475, fu dato alle fiamme.<ref>Da ''Introduzione'' a Masuccio Salernitano, ''Il Novellino'', nell'edizione di Luigi Settembrini, a cura di Salvatore S. Nigro, BUR, Milano, 1990, p. 20. ISBN 88-17-16771-1</ref>
*"Le storie distraggono dalle parole", scriverà [[Giorgio Manganelli|Manganelli]] nell'''Encomio del tiranno'' (1990). Sono sole le parole ad accadere in un racconto, aveva sempre sostenuto. La scrittura è lo spazio artefatto, il pentagramma, il luogo delle cerimonie verbali. In essa le parole si spendono e si disseminano; si espandono e divagano. Manganelli era un incantatore di parole, un flautista magico.<ref>Citato in Giorgio Manganelli, ''Ti ucciderò, mia capitale'', a cura di Salvatore Silvano Nigro, Adelphi, Milano, 2011, p. 356. ISBN 978-88-459-2565-8</ref>
*[[Leone Leoni]] era un artista di successo. Ma aveva anche una violenta propensione a delinquere. Organizzava agguati, maneggiava i pugnali a tradimento: li faceva volare nell'ombra; li lanciava da dentro il segreto di un travestimento. Non risparmiava i nemici. E neppure gli amici. Tentò persino di assasinare il pittore Orazio Vecellio, figlio del suo amico [[Tiziano Vecellio|Tiziano]]. Voleva derurbarlo dei quadri del padre.<ref>Da ''La funesta docilità'', p. 115.</ref>
*{{NDR|Su [[Luigi Settembrini]] e [[Ferdinando Galiani|abate Galiani]]}} Molto il [[Luigi Settembrini|Settembrini]] della maturità deve all'[[Ferdinando Galiani|abate Galiani]]. Anche per le motivazioni (dimostrative) che lo portarono all'approntamento dell'edizione del ''Novellino'' di [[Masuccio Salernitano|Masuccio]]: se dagli scritti burleschi si passa al trattatello galianeo ''Del dialetto napoletano'' (1779), attuale all'antiquaria filologica dell'editore del novelliere aragonese. [...] Galiani era per la “nazionalizzazione” del dialetto napoletano, che poteva vantare l'ufficialità di un uso illustre nel Quattrocento aragonese: "[...] ben lungi dall'innalzar lo stendardo della ribellione e della discordia tra 'l napoletano e l'italiano, noi crediamo non potersi far meglio quanto il cercare di raddolcire il nostro dialetto, d'italianizzarlo quanto più si può e di renderlo simile a quello che i nostri ultimi re, gli Aragonesi, non sdegnarono usare nelle loro lettere e diplomi e nella legislazione".<ref>Da ''Introduzione'' a Masuccio Salernitano, ''Il Novellino'', nell'edizione di Luigi Settembrini, a cura di Salvatore S. Nigro, BUR, Milano, 1990, p. 9. ISBN 88-17-16771-1</ref>
 
 
==''La funesta docilità''==
*[[Leone Leoni]] era un artista di successo. Ma aveva anche una violenta propensione a delinquere. Organizzava agguati, maneggiava i pugnali a tradimento: li faceva volare nell'ombra; li lanciava da dentro il segreto di un travestimento. Non risparmiava i nemici. E neppure gli amici. Tentò persino di assasinare il pittore Orazio Vecellio, figlio del suo amico [[Tiziano Vecellio|Tiziano]]. Voleva derurbarlo dei quadri del padre.<ref>Da ''La funesta docilità'', (p. 115.</ref>)
*{{NDR|Su [[Leone Leoni]]}} Era un personaggio da romanzo. Dovette accontentarsi di entrare in una raccolta di novelle del suo compare Clelio Malespini, falsario e spia di professione. Indossò nome e cognome come una divisa. Ne fece anche un cartello di sfida. Lo espose in alto, sotto la grondaia di casa sua. Era un bassorilievo. Vi comparivano due leoni (Leene Leoni, come in una declinazione). Sbranavano un essere semiferino che, nel suo soccombere, era compendio da bestiario di avversari e nemici.<ref>Da ''La funesta docilità'', Sellerio, Palermo, 2018, (p. 115. ISBN 88-389-3856-3</ref>)
*Un altro dei «capricci» di [[Leone Leoni]]. I telamoni non guardavano tutti nella stessa direzione. Si giravano, chi a sinistra, chi a destra. E chi vi camminava davanti li percepiva in movimento, privi della staticità delle cariatidi. (p. 116)
 
==''La tabacchiera di don Lisander''==
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