Differenze tra le versioni di "Salvatore Silvano Nigro"

*[[Fra Cristoforo]], evocatore di santini, è un attore nel teatro della fede. Predilige le pose sceniche. Incantatorie. E profetiche, soprattutto; alla Nathan: il profeta che Dio mandò a [[Davide|David]] per annunciargli la punizione. (da ''Parte seconda, Un tirannello in linea retta'', p. 121)
*[[Fra Cristoforo]] si pone in mezzo, tra vessatori e vittime: i primi esorta, riprende e cerca di correggere con drastiche restrizioni morali; agli altri insegna a non «affrontare», a non «provocare» e a farsi «guidare» da lui. Il carattere del frate è di qualità ignea. Il cappuccino ha «indole focosa». Il suo volto è «infocato». Le parole dell'abuso gli fanno «venir le fiamme sul viso». E lo mandano in combustione: «Tutti que' bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo». (Da ''Parte seconda, Capitolo VI, Il carro del Sole'', pp. 145-146)
*[[Fra Cristoforo]] crede di aiutare i giovani promessi, costretti alla fuga dal borgo, con due lettere di presentazione. Li spedisce in due conventi, a Monza e a Milano. E finisce per consegnarli, sprovveduti, a due sconvolgenti romanzi: [[Lucia Mondella|Lucia]] inciampa nelle trame di sangue della Monaca e dell'[[Innominato|innominato]]; e nell'allegra follia di una «coppia d'alto affare» ([[Don Ferrante (personaggio)|don Ferrante]] e donna Prassede); [[Renzo Tramaglino|Renzo]] si dissipa, tra strade e osterie, nel «''grosse Welt'' della storia»: da Milano a Bergamo, andata-ritorno-andata, via carestia e peste [...]. (Da ''Parte seconda, Capitolo VII, Il sugo della storia'', p. 150)
*Ma se [[Renzo Tramaglino|Renzo]] ha imparato e continua a imparare, nulla ha imparato e nulla può imparare [[Lucia Mondella|Lucia]]; per lei la verità sapienzale non è una conquista, è una dote da trasmettere. Ma se Renzo era andato di parole, temperamentoso e affettatuzzo: troppo alla propria esperienza attribuendo. In una vana persuasione d'orgoglio, aveva creduto che il suo decalogo di quietitudine poggiasse sul granito; e fosse un «monumento» di conclusiva saggezza. Fu l'ultima sua mattería; quasi una fanfaronata, spiantata e scavezzata dall'umile rigore di Lucia. Ché ogni appoggio è dirupante nel ritmo vicissitudinale della storia: della storia vera e di quella supposta, che si svolge e nuovamente s'involge; e insolentisce, inconcludibile. (Da ''Parte seconda, Capitolo VII, Il sugo della storia'', pp. 154-155)
*Felicità. Cos'è la felicità, per [[Renzo Tramaglino]]? Si tenti l'avventura di entrare nel suo romanzo. Non in quello che uno scrittore di nome [[Alessandro Manzoni]] dice di trascrivere e riscrivere. Ma in quello autobiografico che, all'interno del [[I promessi sposi|romanzo manzoniano]], Renzo ama raccontare a se stesso. E agli altri, incontenibile. E, fra essi, all'anonimo romanzatore: suo improvvisato e incontrollabile segretario, nell'occasione. La propensione narrativa di Renzo imbocca dapprima, «nella sua fantasia», la strada di un romanzo precocemente operaio; ma poi l'abbandona, per assecondare un più disponibile e idillico romanzo familiare [...]. (Da ''Parte seconda, Capitolo IX, Tanti romanzi, a conferma'', p. 163)
*[[Lucia Mondella|Lucia]] è «acqua cheta». Tuttavia è lei ad avere sempre ragione. Su tutti. Su don Rodrigo, su suor Gertrude e sull'innominato; come sul [[Renzo Tramaglino|marito]] e sul suo romanzo. (Da ''Parte seconda, Capitolo IX, Tanti romanzi, a conferma'', p. 167)
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