Differenze tra le versioni di "Salvatore Silvano Nigro"

*La storia è un "immenso pelago di errori". La denuncia veniva dall'illuminismo giuridico. E da ''Dei delitti e delle pene'' di [[Cesare Beccaria]], in particolare. Tutti gli errori, [[Manzoni]] compendia nella storia morale e politica del Seicento: l'incertezza del diritto, la legislazione eccessivamente proliferante che a colpi di gride sopporta l'arbitrio dei potenti e la manipolazione dei causidici, l'impunità organizzata delle classi e delle consorterie (e persino della Chiesa), la cultura economica irresponsabile e monopolistica (che blocca la libera concorrenza e impone la demagogia del prezzo politico), la persecuzione dell'onestà disarmata. Il [[I promessi sposi|romanzo]] di Manzoni aggredisce l'errore nei suoi punti di perversione. Con sdegno, senz'altro. Ma anche con compassione: "[...] la morale cattolica rimuove le cagioni che rendono difficile l'adempimento di questi due doveri, odio all'errore, amore agli uomini". (Da ''Parte prima, Capitolo V, L'errore sulla lapide'', p. 80)
*Per l'"errore" di [[don Abbondio]], [[Alessandro Manzoni|Manzoni]] ha umana comprensione. Quando Federico Borromeo arringa il confuso e ammutolito curato sul coraggio intrepido dell'esercizio pastorale, sul «timore» e sull'«amore» che esso comporta, Manzoni si fa partecipe delle realistiche «ragioni» del pavido di fronte alla facile magniloquenza di un "santo" [...]. La pusillanimità di don Abbondio, è una «debolezza della carne», per Federico Borromeo; che ad essa oppone la virtù di «fortezza». (Da ''Parte seconda, Capitolo I, Un falsario della prudenza e della Grazia'', p. 98)
*Quel tiranno di [[don Rodrigo]] si era incapricciato di [[Lucia Mondella|Lucia]]. E su di essa aveva fatto scommessa col cugino Attilio, suo «spensierato» complice nelle soverchierie. Cominciano le traversíe dei due operai. (Da ''Parte seconda, Capitolo I, Un falsario della prudenza e della Grazia'', p. 99)
*C'è molta affinità tra lo "studiolo" manierista descritto da [[Galileo]] e la cultura che si respira nella biblioteca di [[Don Ferrante (personaggio)|don Ferrante]] (passata dai quasi cento volumi del ''Fermo e Lucia'' ai quasi trecento dei [[I promessi sposi|Promessi sposi]]). L'aristotelico manzoniano, che si ostinerà a negare l'epidemia di peste (né «sostanza» né «accidente») pur mentre ne moriva «prendendosela con le stelle», melodrammaticamente, e in un aggiornamento del motivo antico del filosofo di proverbiale inettitudine nella vita pratica [...]. (Da ''Parte seconda, Capitolo I, Un falsario della prudenza e della Grazia'', pp. 101-102)
*[[Fra Cristoforo]] si pone in mezzo, tra vessatori e vittime: i primi esorta, riprende e cerca di correggere con drastiche restrizioni morali; agli altri insegna a non «affrontare», a non «provocare» e a farsi «guidare» da lui. Il carattere del frate è di qualità ignea. Il cappuccino ha «indole focosa». Il suo volto è «infocato». Le parole dell'abuso gli fanno «venir le fiamme sul viso». E lo mandano in combustione: «Tutti que' bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo». (Da ''Parte seconda, Capitolo VI, Il carro del Sole'', pp. 145-146)
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