Fabrizia Ramondino: differenze tra le versioni

Aggiunto un incipit, piccolo fix.
(+1. Omesso, dopo deserto "infatti". Non sembri strano pp. 234-237 per una citazione così breve, infatti alla pagina 235 c'è un'illustrazione e la 236 è il risvolto in bianco. Se scrivessi 234,237 sarebbe meglio? Je ne sais pas trop ....)
(Aggiunto un incipit, piccolo fix.)
*{{NDR|[[Maiorca]]}} Ci sono isole che hanno forma di pesci, di delfino, ad esempio o di torpedine, altre che hanno forma di coralli, altre di sirena. Sono collegate oggi ai continenti da molteplici canali: i cavi dell’elettricità e del telefono, le tubazioni del gas, perfino le condutture dell'acqua. La mia isola, invece, secondo la leggenda – attraverso vene sotterranee profonde che scorrevano sotto il mare –, il Creatore l'aveva unita al continente con legami d'acqua, sicché essa invano tentava di navigare alla deriva. Come a consolarla, sgorgavano per ogni dove nelle sue piane sorgenti che la rendevano fertile e verde, ma l’isola si torceva su un lato, assumendo forma di un drago, quasi volesse liberarsi dalla fluida materia a cui era avvinta, per navigare alla volta dell’oceano attraverso le Colonne di Ercole.<ref>Da ''Guerra d'infanzia e di Spagna'', Einaudi, Torino, 2001. Citato in Rossella Di Rosa, ''[https://rucore.libraries.rutgers.edu/rutgers-lib/51267/PDF/1/play/ Itinerari nomadici ed ecologici nella narrativa di Anna Maria Ortese, Elsa Morante e Fabrizia Ramondino]'', New Brunswick, New Jersey, ottobre 2016, p. 156.</ref>
*E fuggendo [[Napoli]], per inseguire un Nord mitico, che quasi sempre non oltrepassava Roma, [i giovani intellettuali napoletani] venivano a loro volta inseguiti da Napoli, come da una segreta ossessione. Ché Napoli usa seguire i suoi concittadini dovunque, come un'ombra, se si trasferiscono altrove.... Così Napoli, dove è così difficile vivere e che invoglia tanto a partire, che è così difficile abbandonare e che costringe sempre a tornare, diventa, più di molti altri, il luogo emblematico di una generale condizione umana nel nostro tempo: trovarsi su un inabitabile pianeta, ma sapere che è l'unico dove per ora possiamo star di casa. (da ''Star di casa'', Garzanti, Milano, 1991, pp. 59-60<ref>Citato in Maria Ornella Marotti, ''Ethnic Matriarchy: Fabrizia Ramondino's Neapolitan Word'', in ''Italian Women Writers from the Renaissance to The Present, {{small|Revising the Canon}}'', Edited with an Introduction by Maria Ornella Marotti, The Pennsylvania State University Press, University Park, Pennsylvania, 1996, [https://books.google.it/books?id=-jj5TNYvakMC&lpg=PA184&dq=&pg=PA184#v=onepage&q&f=false p. 184]</ref>)
*[...] il deserto [...] somiglia a una [[metropoli]] più di quanto non si pensi; la poca vegetazione è come un'oasi, il paesaggio è composto di materia inorganica e, nonostante le folle, gli uomini vi possono essere soli e dimenticati da tutti.<ref>Da ''La colombaia'', in ''La veste di crespo, {{small|Cento anni di racconti da "Il Mattino"}}'', a cura di [[Michele Prisco]] e [[Ginella Zamparelli]], illustrazioni di [[Vincenzo Stinga]], EDI.Me., Napoli, stampa 1992, pp. 234-237.</ref>
*La porta dell'Oriente verso l'Occidente e dell'Occidente verso l'Oriente, come definì Napoli [[Fernand Braudel|Braudel]], è sempre spalancata, pronta ad accogliere tutti. Ma chi la oltrepassa avverte di entrare in un luogo dove sono radunati i membri di una grande setta segreta alla quale è arduo essere iniziati.<ref>Dalla prefazione a Fabrizia Ramondino e Andreas F. Muller, ''Dadapolis'', Einaudi, Torino, citato in ''La penna nel Vesuvio''; in ''la Repubblica.it'', ''Archivio'', del 02 dicembre 1989.</ref>
*[...] ognuno di noi ha un altro se stesso sepolto, che attende, con coperte faville, il suo giorno.<ref>Da ''Althénopis'', Einaudi, Torino, 1981, [https://books.google.it/books?id=q99LAAAAMAAJ&q=althenopis+coperte+faville&dq=althenopis+coperte+faville&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjltsjkhNzpAhVNr4sKHfikCNkQ6AEIOTAC p. 261].</ref>
 
==[[Incipit]] di alcune opere==
===''Taccuino tedesco''===
Fu così che venni a sapere in modo definitivo come nascono i bambini. Avevo diciassette anni e preparavo gli esami di maturità con un'amica del Viale Elena. Il Viale Elena era stato costruito in un periodo umbertino e era ombreggiato da due file di pini, regolari come i palazzi signorili, che facevano frangente da un lato al vento del mare, dall'altro ai poveri della Torretta. Ciascuna di noi due ragazze aveva i propri modelli di donna o fantasmi interiori. Per me, che appartenevo a una famiglia colta, ma decaduta economicamente, e che per varie vicissitudini ero outsider, tanto a scuola che nella borghesia napoletana, il fantasma amato era [[Anna Maria Ortese]], che pochi anni prima aveva frequentato quel Viale. Per la mia amica, che apparteneva a una famiglia più incolta, ma in rapida ascesa sociale, il fantasma era G. L., donna bellissima, elegante e libera. Attorno a ambedue i fantasmi femminili aleggiava il peccato: quello di comunismo attorno a Anna Maria Ortese, quello di sesso attorno a G. L.
 
===''La colombaia''===
I vecchi del quartiere la ricordano giovane e bella, raccontano che era di buona famiglia e che, dopo aver visto la Madonna, cominciò quella vita. Faccio un po' di conti: sembrava sulla settantina, doveva quindi essere arrivata nel quartiere durante la guerra, o un po' prima o un po' dopo. Non so bene che intendessero i vecchi con quella frase: aveva visto la Madonna, è un modo di dire comune però, che sta a indicare una radicale conversione della propria vita; ella comunque non ne aveva mai parlato e, se fosse stata interrogata, avrebbe scacciato l'interrogante in malo modo, come persona molesta e importuna.
 
==Note==
==Bibliografia==
*Fabrizia Ramondino, ''Althénopis'', Einaudi, Torino, 1981.
*Fabrizia Ramondino, ''La colombaia'', in ''La veste di crespo, {{small|Cento anni di racconti da "Il Mattino"}}'', a cura di [[Michele Prisco]] e [[Ginella Zamparelli]], illustrazioni di [[Vincenzo Stinga]], EDI.Me., Napoli, stampa 1992.
*Fabrizia Ramondino, ''Taccuino tedesco'', I Prismi, Edizioni de ''Il Mattino'', 1996.