Differenze tra le versioni di "Fernanda Pivano"

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→‎Citazioni di Fernanda Pivano: add citazione da 'Cia Cook Book' 1973 sul cane Prinz
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*{{NDR|Su [[Ernest Hemingway]]}} Mi prese per mano, mi condusse alla sua tavola, mi fece sedere accanto a sé e mi disse in quel suo bisbiglio così difficile da capire finché non ci si era abituati: «Raccontami dei Nazi». Fu l'inizio di un'amicizia che non finì mai, perché la mia devozione continuò anche dopo la sua morte.<ref>Dalla postfazione ad ''Addio alle armi'', p. 317.</ref>
*Nel suo stile massimalista, reazione al minimalismo caro a [[Raymond Carver]], [[David Foster Wallace]] si abbandona a frasi lunghe, complesse, a volte sonore, a volte satiriche, e passa da monologhi analfabeti dei poverissimi alle spiegazioni tecniche ad esempio di certi medicinali, con un linguaggio base che è casuale e complesso, ricco di slang e anche di erudizione, capace di alternare precisione e imprecisione a proposito di uno stesso argomento.<ref name=wallace/>
*Non c’è dubbio che la repressione e l’intolleranza sono atteggiamenti che mi hanno sempre provocato orrore e ripugnanza, fin da quando ero bambina. Forse la scoperta della repressione la feci sul mio dolcissimo Prinz, un grosso Collie paziente e docile fino all’insipienza, che mi teneva compagnia mentre giocavo nella grande casa silenziosa della nonna, nella penombra fresca dei pomeriggi d’estate odorosi di gerani e caprifogli, che mi divertivo a innaffiare su un terrazzino e strapiombo sui tetti d’ardesia, nel paradiso perduto della mia infanzia genovese. Prinz parlava solo l’inglese e fu per farmi capire da lui che mi feci insegnare dal nonno le prime parole. Ma la prima parola che mi insegnarono a dire fu: ''don’t''. Era la parola che questo povero Prinz, per paziente e docile che fosse, si sentiva ripetere dal mattino alla sera: doveva sedersi se stava in piedi, doveva alzarsi se stava seduto, doveva svegliarsi se dormiva, doveva addormentarsi se era sveglio, voglio dire, qualunque cosa stesse facendo gli dicevano ''don’t'' e gliene facevano fare un’altra. E’ che io sono sempre stata anche più insipiente di lui: ho capito per tempo che i ''don’t'' che mi venivano somministrati anche più frequenti che a lui senza che riuscissi più di quanto abbia fatto lui a sottrarmici. Caro Prinz.<ref>''Dalla Pivano a Fernanda attraverso la Nanda'', intervista di Ottavio Rosati per "Cia Cook Book", Arcana ed., Roma, 1972 [http://www.plays.it/ipod/scritti/ottavio-rosati/590-dalla-pivano-a-fernanda-attraverso-la-nanda-intervista-di-ottavio-rosati-per-cia-cook-book-1973 riportata in Plays]</ref>
*{{NDR|Su [[Harold Brodkey]]}} Non ci rimane che guardare sbigottiti le migliaia di pagine dei suoi libri, ricordare lo charme sapiente e il suo humour irresistibile [...] Era straordinaria la stima che gli tributavano i suoi colleghi americani, giovani e vecchi: quando anni fa avevo detto al mio caro amico Don De Lillo, l'indimenticabile autore di Rumore Bianco, che andavo da lui, mi ha avvertito: "Conoscerlo ti cambierà la vita."<ref>Citato in ''Addio ad Harold Brodkey detto il "[[Proust]] d'America"'', ''Corriere della Sera'', 27 gennaio 1996.</ref>
*{{NDR|"So che il suo musicista preferito è Mozart."}} Non è Mozart ma è Bach. Suonavo con grande gioia. È suonando il pianoforte che ho conosciuto le mie estasi.<ref>Dall'intervista di Rossana del Chierico Moretti ''Antiche amicizie'' in 'Via Condotti', cat. Fondazione Benetton studi e ricerche, A.3, n. 8-9, pp. 18-20 riportata in ''[http://www.plays.it/ipod/scritti/fernanda-pivano/302-quel-che-di-ottavio-mi-f Plays.it]''</ref>
*Quella sera aveva inghiottito la sua polvere assassina; nessuno di noi gliela aveva tolta dalle mani. Ci ha perdonato, ci ha chiesto perdono. Di che cosa, [[Cesare Pavese|Pavese]]? Che cosa le avevo fatto, che cosa mi aveva fatto, che cosa ci aveva fatto dopo aver aiutato decine di scrittori a farsi conoscere, con quel suo viso tragico che aveva dimenticato il sorriso, quella sua vita segreta che non aveva svelato a nessuno, quella sua infinita conoscenza del mondo che non le è bastata per sopportarlo.<ref name=wallace/>
*Se ho sbagliato perdonatemi: i sogni sono quasi sempre sbagliati, mi dicono. Eppure io non riesco a dimenticare la lezione forse più importante che mi ha dato il mio indimenticabile maestro [[Ernest Hemingway]]: "Ho fatto una pace separata".<ref>Da ''Ho fatto una pace separata'', Dreams creek Production.</ref>
*Si capisce che il mio grande guru del misticismo orientale è stato [[Allen Ginsberg]]. Ma il guru che per primo mi ha mostrato piccoli riti propiziatori, per esempio quando salvava la vita a un insetto o compiva un gesto gentile verso un ramo o una foglia alla vigilia di qualche avvenimento emozionante, è stato [[Cesare Pavese|Pavese]]. A consacrare l’amore, ma proprio come un guru in levitazione, è stato un vero grande mago, che infatti resta nascosto. E a darmi da leggere Il Ramo d’Oro di Frazer è stato Hemingway. Mi dispiace, sono monotona, i miei nomi sono sempre gli stessi. Forse il mio nuovo guru uscirà dalla tua generazione, che dici? <ref>In ''Dalla Pivano a Fernanda attraverso la Nanda'', colloquiointervista condi Ottavio Rosati, per "Cia Cook Book", Arcana ed., Roma, 1972. Testo integrale in ''[http://www.plays.it/ipod/scritti/ottavio-rosati/590-dalla-pivano-a-fernanda-attraverso-la-nanda-intervista-di-ottavio-rosati-per-cia-cook-book-1973 riportata in Plays.it]''.</ref>
*Si dice che [[Fabrizio De André|Fabrizio]] sia il [[Bob Dylan|Dylan]] italiano, perché non dire che Dylan è il Fabrizio americano?<ref>Citato in Giuseppina Manin, ''[http://www.corriere.it/spettacoli/08_ottobre_19/andre_film_f98b87b0-9dac-11dd-b589-00144f02aabc.shtml De André, il film]'', ''Corriere.it'', 19 ottobre 2008.</ref>
*Stava finendo il servizio militare e si presentò con la divisa da tenente in aeronautica, spavaldo e presuntuosetto, all'albergo Hassler dove vivevo i miei primi giorni di auto-esilio romano, sofisticata e ''femme fleur'', ancora con gli abiti di New York, Parigi e Londra, ancora bella come si vedeva nelle fotografie più o meno di repertorio, ancora abituata alla gentilezza di lettori sconosciuti che per strada mi chiedevano l'autografo. Aveva vent'anni, grandi occhi pieni di stupore, un’intensa consuetudine col grande poeta-saggista [[Juan Rodolfo Wilcock]] che gli aveva insegnato l'uso di metafore e di associazioni imprevedibili. Collaborava a ''Ciao2001'' e a ''II Mondo''. Soprattutto aveva un fanatico amore per la psicoanalisi e un altrettanto fanatico amore per lo spettacolo. A volte diceva: ''Voglio diventare uno psicoanalista'', a volte: ''Voglio fare il regista'', col fervore dei poeti, degli artisti, degli ideologi; un fervore col quale avevo convissuto da quando a nove anni avevo scritto il mio primo romanzo. Voleva intervistarmi sul mio libro ''Beat Hippie Yippie'', senza essere mai stato nessuna delle tre cose e senza sapere nulla del loro significato. Come se non bastasse, mi disse subito che quel pomeriggio si era appena ribellato a non so che pretesa di sua madre e di sua nonna: ''Sono stato duro con loro. Molto duro''. Il suo registratore naturalmente non funzionava (un classico per me). Sul mio piccolino giapponese ancora insolito in Italia mi fece domande sempre meno teoriche via via che le schivavo ridendo.<ref>'Rai3 tra Pirandelli e pazzarielli' ([http://www.plays.it/ipod/scritti/fernanda-pivano/76-ottavio-tra-pirandelli-e-pazzarielli Conferenza al Teatro Stabile di Torino])</ref>
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