Differenze tra le versioni di "Indro Montanelli e Mario Cervi"

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(→‎Citazioni: la dottrina Truman)
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*Il 16 aprile successivo (1975) un neofascista noto, Antonio Braggion, uccise con un colpo di pistola uno studente – anche lui, come Ramelli, diciassettenne – Claudio Varalli. Quasi tutta la stampa invocò una pena durissima, e quando fu pronunciata la sentenza la sinistra protestò rumorosamente perché era stata – sostenne – troppo mite. I fatti furono così ricostruiti: un gruppo di studenti reduci da una manifestazione contestataria aveva avvistato, in piazza Cavour a Milano, tre neofascisti: due erano scappati, il terzo, appunto il Braggion, oltretutto impedito nei movimenti perché zoppicava, s'era rifugiato nella sua auto, parcheggiata lì vicino. Il gruppo gli era piombato addosso, ed aveva cominciato a tempestare con le aste delle bandiere o con altro la vettura, infrangendone il lunotto posteriore. Allora il terrorizzato Braggion, che teneva una pistola nell'auto, l'aveva impugnata e aveva sparato centrando uno degli assalitori, appunto Claudio Varalli. Questo era tanto vero che la Corte d'Assise inflisse in primo grado al Braggion cinque anni per eccesso colposo di legittima difesa e cinque per possesso abusivo d'arma: in secondo grado la condanna fu di tre anni e tre mesi, per gli stessi reati. I giudici seppero resistere ad una pressione politica, di stampa e di piazza, che avrebbe voluto fosse disconosciuto il fatto, evidente, che l'omicida non aveva aggredito, ma era stato aggredito. (pp. 252-253)
*Fu invece inequivocabilmente volontario e «nero» l'assassinio di Alberto Brasili, il 25 maggio 1975, in piazza San Babila, che era a Milano l'area privilegiata del peggior neofascismo. Brasili, uno studente che militava alla sinistra estrema, fu circondato da una pattuglia di forsennati ''ultras'' di destra. Uno di loro l'accoltellò, a morte. L'episodio era esecrabile. Ma non per questo diventano credibili i commenti, come quello del ''Corriere'', secondo i quali «chi ammazza deliberatamente, chi disprezza la vita altrui, chi è pronto a usare la pistola e il coltello, sono i fascisti». Anche i fascisti. Ma non solo loro. (p. 253)
*La storia non si fa – e nemmeno la [[cronaca]] – con i se. Ma è legittimo ipotizzare ciò che sarebbe potuto accadere se i brigatisti rossi, anziché obbedire alla voluttà di distruzione e di morte – quella che induceva un militante a sognare l'avvento d'un regime alla [[Pol Pot]], con una immane e salvifica carneficina – avessero liberato Moro: quel Moro che aveva coperto d'accuse e recriminazioni i suoi amici di partito, che aveva rinnegato la Dc, che sarebbe riemerso dalla segregazione catacombale di via Montalcini gonfio di rancori, e ansioso di vendette da assaporare a freddo. Per la Dc la sua presenza sarebbe stata dirompente, se non devastatrice. Il martire sfuggito alla morte poteva diventare – lo diventeranno del resto la moglie e i figli – il peggior nemico della ''Nomenklatura'' democristiana. Altro che Cossiga (il Cossiga del 1991, per intenderci). (p. 293)
*Emersero invece dai ''referendum'' due tendenze opposte dell'elettorato. Per la legge Reale esso rispettò i suggerimenti dei partiti di governo. Ventiquattro milioni di elettori su trentun milioni di voti validi furono per il mantenimento della legge. Ben diverso il risultato del ''referendum'' sul finanziamento pubblico dei partiti. Il no passò, ma con il 56 per cento dei voti. Questa maggioranza diventava minoranza rispetto all'intero corpo elettorale (calcolando cioè anche le astensioni). Il sì prevalse in molte grandi città: Milano, Torino, Roma, Napoli, Bari, Palermo, Cagliari. Tenuto conto dell'indirizzo adottato dai partiti, e del tambureggiamento propagandistico che ne era derivato nei mezzi d'informazione, e in particolare nella Televisione di Stato, quella vittoria risicata fu per il Palazzo un autentico schiaffo. Se i politici ne ebbero le guance arrossate, durò poco. Continuarono ad incassare serenamente i finanziamenti, e ad incrementarli con varie forme di tangenti. (pp. 296-297)
*Di [[Sandro Pertini|lui]], scrivemmo «a caldo» che «rappresentava al meglio il peggio degli italiani». A cadavere raffreddato, lo confermiamo. Gli italiani si riconobbero in Pertini, nel quale la classe politica non s'era mai riconosciuta. Fu la sua forza. (p. 316)