Differenze tra le versioni di "Bruno Migliorini"

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*Per rendersi conto della consistenza e del carattere degli scritti in volgare, bisogna anzitutto tener conto che in questo secolo {{NDR|XIII secolo}} e ancora per lungo tempo, gli scritti in latino rappresentano la stragrande maggioranza. Le opere teologiche e filosofiche, le leggi e i commenti al codice, le cronache, i trattati di medicina e di astrologia: tutto o quasi tutto è in latino. (IV. ''Il Duecento (1225-1300)'', 4. ''Latino e volgare'', p. 116)
 
*È vera, e in che senso, l'espressione vulgata che chiama [[Dante Alighieri|Dante]] «padre della [[lingua italiana]]» o l'altra, un po' meno forte, ma non meno onorevole, per cui il [[Francesco Petrarca|Petrarca]] lo chiamò (''Sen.'', V, 2) ''dux nostri eloquii vulgaris''?<br />[...] ove si intenda «lingua» nel senso di «lingua capace di tutti gli usi letterari e civili», è indiscutibile che a Dante spettano i meriti di un demiurgo.<ref>{{cfr}} [[w:Demiurgo|voce su Wikipedia]].</ref> Prima di lui alla preponderanza schiacciante del latino, e all'uso occasionale delle due lingue di [[Francia]] {{NDR|lingua d'oc e lingua d'oïl}}, letterariamente insigni, non si contrapponevano che [[Dialetto|dialetti]] in via di dirozzamento, e tentativi sporadici di assurgere all'arte e alla bellezza. Tutta l'opera di Dante ha una «carica» spirituale nuova e potente, che in breve tempo opera un rivolgimento nell'opinione pubblica in [[Toscana]] e fuori, e fa d'un balzo assurgere l'italiano al livello di grande lingua, capace di alta poesia e di speculazioni filosofiche. (V. ''Dante'', 1. ''Dante «padre della lingua»'', p. 167)
 
*Ciò che conta del Petrarca in una storia della lingua italiana è solo la sua [[Poesia lirica|lirica]]; di [[prosa]] italiana non abbiamo nulla (non contano le poche righe di una lettera a Leonardo Beccanugi); lontana e indiretta è l'importanza delle sue opere latine. (VI. ''Il Trecento'', 7. ''Petrarca'', p. 190)