Differenze tra le versioni di "Michail Gorbačëv"

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*È chiaro che l'efficacia dell'[[opinione pubblica]] dipende molto da quanto essa è competente, dal fatto cioè se possiede o no informazioni attendibili. (p. 295)
*Il risanamento della società e l'immagine pulita, onesta di ogni iscritto al partito sono indivisibili. (p. 297)
 
==''Ogni cosa a suo tempo''==
===Incipit===
È trascorso ormai un anno da quando Raisa è venuta a mancare. Oggi, insieme ai miei familiari e agli amici più cari, sono andato al cimitero per l'inaugurazione del suo monumento funebre, opera dello scultore Fridrich Sogojan. È fatto di grosse lastre di marmo variegato e ricorda un prato. L'iscrizione recita: «Raisa Maksimovna Gorbačëva. 5 gennaio 1932-20 settembre 1999». Sul monumento è scolpita la figura di una giovane donna molto somigliante a Raisa, china a raccogliere dei fiori di campo sulla pietra tombale.
 
===Citazioni===
*Io e Raisa abbiamo convissuto quasi cinquant'anni, senza mai separarci e senza sentirci mai di peso l'uno per l'altra, insieme siamo stati sempre felici. Ci amavamo, ma anche in privato non ce lo confessavamo spesso. L'essenziale era preservare quel sentimento che era nato tra noi fin dagli anni della giovinezza. Ci comprendevamo e cercavamo di proteggere il nostro rapporto. (p. 9)
*Il Precaucaso è un crocevia di civiltà, culture e religioni diverse. La sua ricca e variegata storia ha sempre suscitato in me un vivo interesse. (p. 17)
*Nel Caucaso avevo sentito un proverbio che sosteneva che per un «montanaro» vivere senza avere ospiti è come vivere senza l'aria, ma quando l'ospite si trattiene un po' troppo, al «montanaro» viene a mancare l'aria, e lo raccontai ai miei conoscenti. Ma loro non erano d'accordo. (p. 21)
*Qui, in questa mia «piccola» patria, ho avuto le mie prime lezioni di internazionalismo. Non si tratta solo di una teoria, era il presupposto fondamentale della vita comune nel Caucaso settentrionale. Persone di differente nazionalità che vivevano fianco a fianco nel loro ''aul'', villaggio o ''stanitza'', serbando la propria cultura e le proprie tradizioni e, al tempo stesso, si aiutavano reciprocamente, si scambiavano ospitalità e lavoravano insieme, trovando una lingua comune. (p. 22)
*Quante volte mi è capitato di sentire che nelle fasi di trasformazione sociale la violenza non soltanto è legittima, ma necessaria! È un fatto che durante le rivoluzioni sia quasi impossibile evitare spargimenti di sangue, ma ritenere la violenza un metodo universale di soluzione dei problemi, farvi ricorso in nome del conseguimento di «nobili» scopi, praticando una volta di più lo sterminio di un popolo, è disumano. (p. 24)
*Del 1933 - l'anno della carestia - serbo nella memoria solo pochi momenti, frammenti di ricordi. Rivedo nonno Andrej che cuoce in un pentolone delle rane per sfamare la famiglia. (p. 28)
*La gente si stava appena riprendendo da tutti gli sconvolgimenti provocati dalla prima guerra mondiale e dalla guerra civile, dalla collettivizzazione, dalle repressioni, la vita misera e grama di un tempo stava finendo, nei negozi si potevano acquistare scarpe, calicò, sale, articoli per la casa, aringhe, alici (a volte avariate), fiammiferi, cherosene, sapone... Ed ecco che la Russia si trovava ad affrontare di nuovo la più dura delle prove: continuare a esistere o sparire. (pp. 30-31)
*La guerra fu una terribile tragedia per l'intero paese. Molto di ciò che era stato costruito con dura fatica andò distrutto. Andò annullata la speranza di una vita felice nell'immediato. Andarono annientate anche le famiglie: i figli persero i popri padri, le mogli i mariti, le ragazze i fidanzati. (p. 40)
*In quegli anni ho sofferto anch'io come tutti, ma, ogni volta che si accenna alla guerra, subito mi torna alla memoria una scena da incubo. Era la fine di febbraio 1943 e, con altri bambini della mia età, vagando in cerca di trofei, mi aggiravo nella striscia di bosco che separava Privol'noe da un villaggio vicino della provincia di Kuban, Belaja Glina. Ci imbattemmo nei resti dei soldati dell'Armata Rossa che nell'estate 1942 avevano combattuto lì la loro ultima battaglia. Era una scena indescrivibile: i corpi putrefatti con i teschi negli elmetti arrugginiti, le bianche falangi delle mani che spuntavano dalle giubbe e stringevano mitragliatrici, granate e caricatori. Giacevano lì insepolti, nel lerciume e nella fanghiglia delle trincee e dei crateri, osservandoci con le nere orbite vuote degli occhi... (p. 41)
*Ciò che abbiamo sofferto in quegli anni può spiegare perché proprio noi, figli della guerra, decidemmo poi di cambiare il nostro modo di vivere arretrato. Noi bambini, che portavamo sulle spalle il peso della responsabilità della sopravvivenza delle nostre famiglie e del nostro nutrimento, diventammo adulti in un attimo. Gli sconvolgimenti di cui siamo stati testimoni e protagonisti nella nostra vita e nel mondo ci hanno trasportato di colpo dall'infanzia all'età adulta. Abbiamo continuato a rallegrarci della vita come fanno i bambini, a giocare come fanno gli adolescenti, ma sempre guardando a questi giochi con un certo distacco, da adulti. (p. 42)
 
==Citazioni su Michail Gorbačëv==
*Michail Gorbaciov, ''Perestrojka. {{small|Il nuovo pensiero per il nostro Paese e per il mondo}}'', traduzione di Roberta Rambelli, Mondadori, Milano, 1987. ISBN 88-04-331008-1
*Michail Gorbaciov, ''La casa comune europea'', traduzione a cura della APN Publishing House<!--nel libro c'è scritto così: non c'è il nome di un traduttore preciso-->, Mondadori, Milano, 1989. ISBN 88-04-33183-6
*Michail Gorbačëv, ''Ogni cosa a suo tempo. {{small|Storia della mia vita}}'', taduzione di Nadia Cigognini e Francesca Gori, Marsilio, 2013, ISBN 978-88-317-1518
 
==Voci correlate==
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