Differenze tra le versioni di "Vittorio Sgarbi"

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*{{NDR|Su [[Gianfranco Ferroni]]}} Niente è più difficile che essere un pittore figurativo. Ciò che appare facile a chi guarda, per la quotidiana consuetudine con gli oggetti rappresentati; i più semplici: un tavolo, un letto, una sedia, una forbice, una bottiglia, gli accessori per dipingere, richiede una concentrazione superiore, qualcosa di simile al tiro al bersaglio. L'artista è in gara, deve afferrare la preda che continuamente tenta di sfuggirgli, anche se è ferma, immobile. Così la scommessa di [[Gianfranco Ferroni]], nei ripetuti temi di nature morte, complementare a quella di [[Piero Guccione]] nei temi di paesaggio, è nella definizione di una immagine assoluta, attraverso una progressiva rarefazione della fenomenologia delle cose.<ref>Citato in ''Gianfranco Ferroni opere su carta 1963-1991'', a cura di Marco Goldin, Galleria Bellinzona, Lecco, 1991, pp. 63-64.</ref>
*{{NDR|Su [[Paolo Vallorz]]}} Non urge più la natura nella fantasia di Vallorz, urge la riflessione sulla pittura, sulla sua necessità e anche sulla sua perdita d'identità. Il pittore che ha creduto “che il reale non è morto”, che ha fatto commuovere i colori davanti ai volti rassegnati di “René Behaire”, del “Giardiniere”, e di “Sam il drogato”, sembra lentamente distaccarsi da quella esperienza troppo infiammata, per volgersi su se stesso. Protagonista diventa il quadro (o il quadro dentro il quadro) con il soggetto, solo apparentemente convenzionale, del mondo femminile. Quel nudo in realtà sostiene la superficie indistinta dello specchio, un grigio sfumato come le nuvole nel cielo. In quel niente, sfiorato dalla luce, modulato, non solo realtà e finzione, e finzione della realtà, si confondono; ma la pittura stessa si riduce a una essenza impercettibile, a “nuance”, con un supremo distacco da ogni artificio. La pittura sembra rinunciare a ogni ornamento, a ogni compiacimento, ridursi a un velo. D'altra parte, se il corpo è policromo, il colore dell'anima non è forse il grigio?<ref>Da ''Paolo Vallorz: nudi, ritratti, figure. Opere dal 1960 al 1989'', citato in catalogo della mostra, Compagnia del Disegno e Galleria Bergamini, Milano,1989.</ref>
*Rockwell non sente la necessità di comportarsi con il linguaggio moderno: le sue immagini sono libere come animali in una foresta; e se da un nucleo partono, questo è come la lampada di Aladino. Ogni sorpresa, ogni stravaganza è possibile, dalla comicità al lirismo (come nella bellissima ''Red Head'' per ''Americam Magazine''). La sua facilità non è mai banalità ma sempre intuizione del piacere dello sguardo. È evidente, infatti, che chi ha come obiettivo la larghissima diffusione di un giornale deve sapere, con scientifica certezza, miscelare ingredienti di cui è certo il gradimento in composizioni sempre originali. Il piacere, il divertimento dell'intelligenza sono tanto più intensi quanto più condivisi: ed è necessario identificare un linguaggio sul quale la pittura non sia filosofia ma racconto con una capacità di presa immediata. Così l'originalità di Rockwell, tradizionalista in pittura, sta nel senso delle sue immagini rispetto alle esigenze della comunicazione di massa, così minuziosamente intuite da renderlo modernissimo e attualissimo.<ref>Da ''L'illustrazione della felicità''; in ''Norman Rockwell'', a cura di Davide Faccioli e Manuela Teatini, Electa, Milano, 1990, pp. 35-36. ISBN 88-435-3307-X</ref>
 
 
====''Davanti all'immagine''====
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