Differenze tra le versioni di "Giordano Bruno"

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*Lasciamo questi propositi per ora. Sono alcuni altri, che, per qualche credula pazzia, temendo che per vedere non se guastino, vogliono ostinatamente perseverare ne le tenebre di quello c'hanno una volta malamente appreso. Altri poi sono i felici e ben nati ingegni, verso gli quali nisciuno onorato studio è perso: temerariamente non giudicano, hanno libero l'[[intelletto]], terso il vedere e son prodotti dal cielo, si non inventori, degni però esaminatori, scrutatori, giodici e testimoni de la verità. (Teofilo: dialogo I)
*'''Smitho''': Però comunemente si va appresso al giudizio comone, a fin che, se si fa errore, quello nonarà senza gran favore e compagnia.<br />'''Teofilo''': Pensiero indegnissimo d'un uomo! Per questo gli uomini savii e divini son assai pochi; e la volontà di dèi è questa, atteso che non è stimato né prezioso quel tanto ch'è comone e generale.<br />'''Smitho''': Credo bene, che la verità è conosciuta da pochi, e le cose preggiate son possedute da pochissimi; ma mi confonde che molte cose son, poche tra pochi, e forse appresso un solo, che non denno esser stimate, non vaglion nulla e possono esser maggior pazzie e vizii.<br />'''Teofilo''': Bene, ma in fine è più sicuro cercar il [[verità|vero]] e conveniente fuor de la moltitudine, perché questa mai apportò cosa preziosa e degna, e sempre tra pochi si trovorno le cose di perfezione e preggio. Le quali, se fusser solo ad esser rare ed appresso rari, ognuno, benché non le sapesse ritrovare, almeno le potrebbe conoscere; e cossì non sarebbono tanto preziose per via di cognizione, ma di possessione solamente. (dialogo I)
*La difficoltà è quella, ch'è ordinata a far star a dietro gli poltroni. Le cose ordinarie e facili son per il volgo ed ordinaria gente; gli uomini rari, eroichi e divini passano per questo camino de la difficoltà, a fine che sii costretta la necessità a concedergli la palma de la immortalità. (Teofilo: dialogo II)
*Giungesi a questo che, quantunque non sia possibile arrivar al termine di guadagnar il palio, [[corsa|correte]] pure e fate il vostro sforzo in una cosa de sì fatta importanza, e resistete sin a l'ultimo spirto. Non sol chi vence vien lodato, ma anco chi non muore da codardo e poltrone. (Teofilo: dialogo II)
*Venca dunque la [[costanza|perseveranza]], perché, se la [[lavoro|fatica]] è tanta, il premio non sarà mediocre. Tutte cose preziose son poste nel difficile. Stretta e spinosa è la via de la [[beatitudine]]; gran cosa forse ne promette il cielo:<br />''Pater ipse colendi<br />haud facilem esse viam voluit, primusque per artem<br />movit agros, curis acuens mortalia corda,<br />nec torpere gravi passus sua regna veterno.''<ref>Citando Virgilio, ''Georgiche'', I, 121-124: «Lo stesso Padre [Giove] non volle che risultasse facile la via per la coltivazione, e con un artificio dissodò i campi, muovendo i cuori degli uomini col bisogno e non permettendo che nel suo regno dilagasse una pesante apatia.» {{NDR|traduzione propria}}</ref> (Teofilo: dialogo II)
*Cieco chi non vede il sole, stolto chi nol conosce, ingrato chi nol ringrazia; se tanto è il lume, tanto il bene, tanto il beneficio; per cui risplende, per cui eccelle, per cui giova; maestro dei sensi, padre di sustanze autor di vita. (''incipit'' dell'epistola)
*[...] se voglio remirare alla gloria o altri frutti che parturisce la moltitudine de voci, tanto manca ch'io debba sperar lieto successo del mio studio e lavoro, che più tosto ho da aspettar materia de discontentezza, e da stimar molto meglior il silenzio ch'il parlare. Ma, se fo conto de l'occhio de l'eterna [[Verità|veritade]], a cui le cose son tanto più preciose ed illustri, quanto talvolta non solo son da più pochi conosciute, cercate e possedute, ma, ed oltre, tenute a vile, biasimate, perseguitate; accade ch'io tanto più mi forze a fendere il corso de l'impetuoso torrente, quanto gli veggio maggior vigore aggionto dal turbido, profondo e clivoso varco. (dall'epistola)
*Non è delettazione senza mistura di tristezza. (Saulino: I dialogo)
*Quello che da ciò voglio inferire, è che il principio, il mezzo e il fine, il nascimento, l'aumento e la perfezione di quanto veggiamo, è da [[contrario|contrarii]], per contrarii, ne contrarii, a contrarii: e dove è la contrarietà, è la azione e reazione, è il moto, è la diversità, è la moltitudine, è l'ordine, son gli gradi, è la successione, è la vicissitudine. (Sofia: I dialogo)
*L'ordine e la materia di far questo riparamento è che prima togliamo dalle nostre spalli la grieve somma d'errori che ne trattiene. (Sofia: I dialogo)
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