Differenze tra le versioni di "Pietro Aretino"

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*Siate pur certo che sì come il carnale de la voluptà genera avarizia, imprudenza, temerità, furto e vituperio, così il soverchio de lo [[studio]] procrea errore, confusione, maninconia, còlerà e sazietà. (da ''A messer Agustin Ricchi'', pp. 491-492)
*Il dono de i [[tartufi]] è suto di piacere e di maraviglia. Mi son compiaciuto ne la lor bellezza e maravigliato del vedergli ne la stagione che gli riarde. Certo, non si vantino quegli di Norcia né de l'Aquila di esser migliori. Ma s'io vi dicesse come mi hanno onorato una cenetta che a punto la sera che me gli mandaste dava a non so che Signoria, vi verrebbe voglia di essermi largo d'altrettanti acciò che invitandola una altra volta, io mi acquistassi nome di gran maestro. (da ''Al capitan Adrian da Perugia'', p. 519)
*Io so che la bontà vostra, [[Bernardo Clesio|signore]], non fa punto di torto a la benignità di le stelle che vi infusero nel reale de l'animo il cortese di quelle grazie con le quali tuttodì vi insegnorite de gli altrui cori e de l'altrui menti. Ma se inverso di me che sono di sì poco merito usate ogni termine di liberalità e di mansuetudine, di che sorte devono essere gli ufici che la nobiltà de la vostra natura fa in pro di quegli che per cagione de le loro virtù sono degni d'ogni onore? [...] È vero che mi son dato a scrivere le cose di Cristo, ma la grazia in far ciò è tutta sua; ch'io per me ho talmente inebriato lo spirito nel liquore che distilla il sugo di sì dolce lezione, che più tosto ne vorrei essere lo inventore che risplendere ne gli ori. (da ''Al cardinale di Trento'', pp. 539-540)
*[...] l'[[arte]] è una nativa considerazione de l'eccellenze de la natura, la quale se ne vien con noi da le fasce.<ref>Da una lettera a Francesco Coccio, n. 223, settembre 1547; in ''Lettere'', a cura di Paolo Procaccioli, Salerno, 2000, p. 151. ISBN 88-8402-311-4</ref>
*Da la culla, e non da la [[scuola|scola]], deriva l'eccellenza di qualunque ingegno mai fusse.<ref>Da una lettera a Francesco Coccio, n. 347, marzo 1548; in ''Tutte le opere di Pietro Aretino: Lettere, libro 1-2'', a cura di Francesco Flora, con note storiche di Alessandro Del Vita, Mondadori, 1960.</ref>
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