Léon Bloy: differenze tra le versioni

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*«''Ubi thesaurus, ibi cor''. Dov'è il tuo tesoro c'è anche il tuo cuore». Il cuore di Napoleone non era una cittadella imprendibile, ma quelli e quelle che vi penetrarono dentro credettero che non ci fosse niente perché il tesoro era ''invisibile''. Questo tesoro era il segreto della sua poesia grandiosa, l'arcano di questo Prometeo che ignorava se stesso, le cui colpe più gravi hanno avuto la stessa scusa di Polifemo o di Anteo: che egli cioè non si sapeva così colossale e così predestinato. (da ''cap. XIV La guardia indietreggia!...'', p. 138-139)
 
==''La cavalieraCavaliera della morteMorte''==
===Prefazione===
La Cavaliera della Morte è la mia prima prova letteraria. Essa fu scritta interamente nel 1877, in un ufficio della Compagnie du Chemin de Fer du Nord, di cui ero, in quel tempo ormai lontano, uno dei peggiori impiegati. (Prefazione del 1896)
===Incipit===
'''DIES IRAE'''<br><br>
''Fuissem quasi qui non essem, de utero translatus ad tumulum.''<ref>"Sarei come se non fossi mai esistito; dal ventre sarei stato portato alla tomba!"</ref> ([[Libro di Giobbe|Giobbe]], 10-19)<br><br>
[[Maria Antonietta d'Asburgo-Lorena|Maria Antonietta]] nacque il Giorno dei Morti. La Chiesa cantava l'Ira e le assise tremende del Giudice Giusto. I santuari cattolici tutti echeggiavano delle lamentazioni dei vivi che pregavano per i defunti. Maria Antonietta, la bionda ''Cavaliera'' di una Morte più spaventosa e più bella della simbolica falciatrice di Alberto Dürer, Maria Antonietta, arciduchessa del Sacro Impero dei Sette Dolori, venne alla luce del giorno in quel lutto dei giorni, precipitandosi dal seno materno alle fasce funebri del suo destino. I suoi primi vagiti dovettero sembrare un eco della Sequenza terribile, e mai quest'eco si spense nella sua povera anima.
===Citazioni===
*Il Libro, il Trono, il Giudice, la sicurezza precaria dei giusti, lo stupore sovrumano della natura e della morte: fu questo il canto della natività, questo l'epitalamio eseguito in un tristissimo modo minore, nell'oscurità della notte nuziale, dall'invisibile coro delle centotrentadue persone calpestate in piazza Luigi XV. Quando la Regina di Francia andrà a farsi assassinare, potrà udirlo un'ultima volta, e sarà l'epitalamio delle nozze eterne al suo ingresso nei cieli. Davvero allora sarà venuto il giorno delle lacrime, del cuore contrito come cenere, della separazione dai maledetti e della speranza erta verso Dio, come torre solitaria, nella fiamma inestinguibile dell'olocausto!
*Che straordinario destino, e che portentoso onore! È vero che altre grandi vittime erano già state deposte sul candelabro delle Espiazioni, e si sa che ogni secolo di storia è scavato nel centro, come se fosse un borro, dal fiume di sangue degli innocenti scannati per il riscatto dei rei. Ma io credo che nessun'altra sventura umanamente patita abbia mai serbato tanta bellezza in mani di alabastro come queste, le più pure e le più stupidamente stritolate dal maglio insanguinato delle mutilazioni rivoluzionarie.
*Fino a quel giorno, 16 ottobre 1793, era stato di vedere regine decapitare regine, ma una regina ghigliottinata giuridicamente dalla Canaglia, questa becera maestà dei tempi attuali, non si era vista mai.
*Maria Antonietta ha fatto come san Dionigi. Ha raccattato la sua testa mozzata e si è messa a camminare e a regnare da sola, con la sua testa in mano.
*La Regina Ghigliottinata, la prima di questo nome, regnerà sopra tutti i diademi degli imperatori e dei re, e sopra la corona di abiezioni dei nostri burgravi parlamentari, sino a che in Europa non si saranno estinti l'ultimo cuore dell'ultimo uomo, l'ultimo pudore dell'ultima donna, e la suprema scintilla delle cavalleresche indignazioni della coscienza cristiana!
*Se Maria Antonietta ci tocca così profondamente e signoreggia le anime con un potere di commozione tanto sovrano, è solo perché non è una santa. Non lo è, almeno nel senso in cui l'intende la Chiesa, e perciò i suoi formidabili tormenti di regina, di sposa e di madre non possono propriamente essere chiamati un martirio.
*Il mondo di allora, anzi, andava alla filosofica conquista della disperazione con la sicurezza più inaudita, e con tutto l'entusiasmo possibile scambiava per un delizioso fiore di pubertà il temibile e osceno balbettio dell'ultima fanciullezza.
*Le celebri parole dell'abate [[Henri Edgeworth de Firmont|Edgeworth]] ai piedi del patibolo di [[Luigi XVI]]<ref>«Figlio di [[Luigi IX di Francia|san Luigi]], salite al cielo.»</ref> sono vere in tutti i sensi e sembrano ispirate dal soprannaturale; ma sono parole che avevano bisogno di essere dette. Davanti al patibolo della regina sono inutili poiché [[Maria Antonietta]], per suo infinito rammarico e la sua infinita consolazione, sa una cosa che Luigi XVI non ha mai capito. Sa di essere la regina espiatoria di tutti i peccati della discendenza di Luigi il Santo, e che sotto la lama infame essa porterà alla gloria il suo sposo.
*Cosa ne sarebbe stato della Francia se [[Maria Teresa d'Austria|Maria Teresa]] non avesse dato in sposa Maria Antonietta al delfino di Francia? Forse oggi vi regnerebbero ancora i Borboni in maniera assoluta e tutto sarebbe oggi come allora, si avrebbe una corte corrotta che venderebbe anche l'anima per poter in qualche modo possedere sempre più denaro, no non si poteva andare avanti così, anche lei stessa non sopportava tutto ciò, bisognava dare un taglio e il destino la prescelse, per dare un taglio a tutto ciò, ma con il proprio sangue, lei pagò per tutti quei secoli di oppressione, di tirannia da tutti coloro che furono i reali di Francia.
====Un ultimo spettro (capitolo finale)====
* Mia Signora e Sovrana, allorché ho sollecitato l'onore di difendere Vostra Maestà, non ho certo pensato che una parola umana, per grande che fosse, potesse salvare una Regina già condannata. Tutto l'apparato che ci circonda non è che una pomposa rappresentazione giuridica, simulacro tenebroso di un Giudizio che verrà, più temibile, alla fine dei tempi, quando tutti i giudici, fedeli o prevaricatori che siano, saranno a loro volta chiamati. Sapevo con certezza l'assoluta inutilità della difesa e l'eccessiva temerità di un simile cimento. Sapevo che in questi tempi di fraternità e libertà l'innocenza degli accusati è la più audace delle presunzioni, e che la difesa non è che un bisbiglio all'orecchio impenetrabile del Crimine. E dunque non ho parlato nella speranza di giustizia, ma per salvare l'onore del nome della Francia. Non ho voluto che fosse scritta nella storia l'incancellabile vergogna del silenzio di tutti i vostri sudditi. Non ho voluto che si potesse dire un giorno: "I francesi furono tanto vigliacchi che nessuno di loro volle esporsi per quella regina abbandonata!". Sono venuto a portare qui la mia indignazione e la mia testa. La prenda chi vuole, io non la difenderò più di quanto non abbia difeso l'augusta testa di Maria Antonietta di Francia, poiché mi riterrei ripagato delle mie parole se ottenessi l'onore di condividere il suo patibolo.
*Ma prima che scada definitivamente il tempo che ho a disposizione, degnatevi di tollerare, o mia Sovrana, l'ardire mio di difendervi contro il solo nemico davvero formidabile che voi abbiate da temere in quest'aula. Mi riferisco a voi, alla vostra grandezza. Abbiamo ancora bisogno della vostra pietà, nella nostra vigliaccheria e nel nostro avvilimento senza pari. Spegnete, se vi riesce, le fiamme del vostro legittimo risentimento, perdonate ai francesi, come il Re, vostro sposo, ha loro perdonato... Ci protegga la vostra rassegnazione, e l'anima vostra dolorosa diventi l'ultimo rifugio degli assassini che l'hanno contrita! Regnerete, così, più compiutamente e con più libertà che nella stessa Versailles, in seno alle magnificenze e alle schiavitù del potere supremo. Sarete potente nel fondo del feretro. O Regina perseguitata! Se tutte le lacrime dei cuori formano un grande fiume che sfocia nei cieli, Vostra Maestà, portata sopra quelle onde, non ha motivo di temere un lungo viaggio, poiché questo fiume di dolore è come un torrente in piena in questi giorni terribili! O Madre oltraggiata come mai fu madre dopo [[Maria|Colei]] le cui lacrime rinnovarono il diluvio, dai secoli chiamata Dolorosa, io vi domando, in nome di Dio misericordioso, la grazia e il perdono per questo povero popolo.