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*I francesi, sebbene fossero armati molto meglio del Vietminh, non disponevano di uno strumento di importanza essenziale: l'aviazione. I vietminh, sebbene fossero una forza di guerriglia, gradualmente divennero grandi unità militari, capace di affrontare i francesi in scontri sempre più vasti, soprattutto nelle fitte giungle del Vietnam settentrionale. (p. 83)
*Una cultura nazionalistica spinta quasi al limite della xenofobia ispirava agli attivisti del Vietminh l'idea di una guerra santa contro gli invasori stranieri e i loro clienti locali. Questo fervore difficilmente pervadeva le grandi masse vietnamite, che stavano a guardare e ad aspettare secondo il tradizionale stile asiatico, piegandosi come canne di bambù alla forza del vento. Eppure, dava forza al Vietminh poiché i suoi militanti erano disposti a sostenere pesanti costi per la loro causa, suscitando stupore nella popolazione con la loro capacità di resistere a un nemico di forza superiore. (p. 84)
*Alla fine, la [[Conferenza di Ginevra (1954)|conferenza di Ginevra]] non produsse una soluzione durevole al conflitto indocinese ma solo una tregua militare in attesa di una soluzione politica che non ci fu mai. La conferenza quindi non fu che un breve interludio fra due guerre; anzi, fu un momento di tregua nel corso della stessa guerra. (p. 102)
*{{NDR|Su [[Zhou Enlai]]}} Educato, sottile, intransigente e deciso, era una singolare mescolanza di mandarino cinese e commissario comunista; inoltre aveva una particolare affinità con i francesi, avendo trascorso la sua giovinezza a Parigi. I cinesi avevano appena subito un milione di perdite in Corea e il conflitto aveva quasi valicato il loro confine. A Ginevra, lo scopo principale di Chu En-lai era quello di trovare un accordo che togliesse agli Stati Uniti ogni pretesto di intervenire in Indocina e di minacciare nuovamente la Cina. Quindi, cercò una soluzione che tenesse i francesi nei loro possedimenti coloniali escludendo gli americani. Questa soluzione inevitabilmente comportava il sacrificio degli obiettivi vietminh. (p. 103)
*Per secoli e secoli, la politica estera cinese aveva avuto come scopo la frammentazione del Sud-est asiatico in modo da influenzare la vita dei singoli stati; Chu En-lai intendeva proseguire quella tradizione. Un Vietnam diviso soddisfaceva i cinesi più di un paese vicino unificato, soprattutto un paese che per duemila anni era stato in contrasto con la Cina. (p. 103)
*{{NDR|Su [[Ngô Đình Diệm]]}} Cattolico ascetico, con radici profonde nella religione confuciana, era nello stesso tempo un monaco e un mandarino. Era onesto, coraggioso ed entusiasta nella sua fedeltà alla causa nazionale vietnamita; anche Ho Chi Minh rispettava il suo patriottismo; ma non reggeva il confronto con Ho Chi Minh, che anche gli anticomunisti consideravano un eroe. Permeato da un senso di infallibilità, come se fosse un antico imperatore investito dall'alto a governare, Diem pretendeva obbedienza. Diffidente di chiunque non facesse parte della sua famiglia, non voleva delegare la sua autorità né era capace di costruirsi una base di potere che andasse al di là dei suoi amici cattolici e conterranei del Vietnam centrale. Soprattutto non riusciva a capire le dimensioni della rivoluzione politica, sociale ed economica che veniva propugnata dai suoi nemici comunisti. Vedeva le loro iniziative soltanto in termini militari; era una percezione errata, ma condivisa dai suoi patroni americani. Con questi limiti, non era in grado di mobilitare efficacemente il popolo sudvietnamita per affrontare la crescente attività insurrezionale dei vietcong, né era in grado di bloccare l'opposizione dei suoi critici, sempre più forte; le loro frustrazioni erano aggravate soltanto dalla sua incapacità di contenere l'avanzata comunista. L'imperfetto accordo di Ginevra non aveva raggiunto propriamente una soluzione; l'aveva soltanto rinviata. Sottoscritto in gran fretta per evitare una guerra più ampia, non era altro che una temporanea tregua tra la Francia e il Vietminh, che doveva essere onorata fin quando fosse raggiunta una soluzione politica durevole. Diem, avendo respinto l'accordo di Ginevra, si rifiutava di collaborare e gli Stati Uniti lo sostenevano. Ma i comunisti, che avevano combattuto per unificare il Vietnam, non erano disposti ad accettare la prospettiva di una divisione permanente; erano pronti a riprendere la loro lotta, e a lanciare una nuova sfida contro la politica di contenimento che inizialmente aveva coinvolto gli Stati Uniti in Indocina. (pp. 107-108)
*{{NDR|Su [[Ngô Đình Diệm]]}} Sempre vestito con un abito bianchissimo di sharkskin, lo status symbol del mondo ufficiale vietnamita, era un ometto rotondo rotondo; non riusciva a toccare il pavimento con i piedi quando stava seduto sulle eleganti poltrone nei saloni del palazzo di Gia Long, ex residenza del governatore francese. Sembrava fragile come la porcellana, con i tratti delicati e la pelle d'avorio, ma i suoi occhi neri emanavano una fede fanatica nella sua crociata. Fermandosi soltanto per accendersi una sigaretta dopo l'altra, parlava incessantemente con la sua voce dai toni alti, rievocando la sua vita con una serie interminabile di dettagli, sfiancante per il suo interlocutore. Una volta, dopo un intero pomeriggio passato ad ascoltare il suo monologo, uscii nel crepuscolo tropicale riflettendo sul fatto che, con un paese in crisi, il capo del governo potesse dedicare una mezza giornata ad un giornalista. Ma questo faceva parte del suo problema. Fuori, sul terrazzo, una folla di funzionari, ufficiali dell'esercito, diplomatici lo stavano aspettando con impazienza. I loro urgenti affari erano stati messi da parte per la lunga conversazione con me. (pp. 108-109)
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